GRAZIE, MARCHISIO!

di Matteo Valsecchi

La prima volta che Claudio Marchisio è entrato nel radar dei tifosi della Juventus fu nella stagione 2004/2005, quando la squadra Primavera vinse, dopo la finale dell’anno precedente, il Torneo di Viareggio. Successo doppiato l’anno successivo con la vittoria del campionato di categoria. Era la Juve di Sebastian Giovinco e Paolo De Ceglie, di Domenico Criscito e Davide Lanzafame. Tutti giocatori che sembravano dei predestinati e che poi, per un motivo o per l’altro, si sono persi in campionati minori o giocando ruoli da comprimari. L’unico a emergere fu proprio Marchisio. Ed era l’unico su cui avresti scommesso a occhi chiusi già da allora. Altro passo sul campo, altra categoria mentale, altra attitudine durante le partite e fuori, altro senso di appartenenza. Sanguinava bianconero già allora, “Il principino”. Il vero e unico “Alpha Dog” di quella formazione. Non a caso nel difficile campionato di Serie B si prese il campo oltre 25 volte e poi il classico anno a maturare fuori casa, a Empoli. Poi il ritorno e quel primo gol che è stato la sintesi perfetta della Juve. Assist al millimetro di Alex Del Piero per Claudio, che davanti al portiere della Fiorentina segna. E queste cose non avvengono mai per caso, tutto è scritto nei disegni degli dei del calcio: il fenomeno, il capitano, il campione, la prima entità spirituale della Juventus di allora che si mette al servizio del suo erede designato. La faccia del ragazzo che sorride. E il resto è un’equazione, una sequenza di numeri, di record, di vittorie che nemmeno il più sognatore riuscirebbe a immaginare. 7 Scudetti, 4 Coppe Italia, 3 Supercoppe, 389 partite con la stessa maglia.

Marchisio è stato una poesia in movimento, spezzata nell’aprile del 2016 da quel tremendo crack al ginocchio, che gli ha tolto almeno 4 anni di carriera. A trent’anni, quelle sono cicatrici che non guariscono: quando i legamenti ti lasciano, significa che il treno del tuo fisico, già provato da due decenni di calcio ai massimi livelli, è arrivato alla fine. Ci ha provato, ha sofferto perché il suo motore non rispondeva più e il peso della panchina, per fare spazio a chi stava meglio, un altro peso sul cuore. Ci ha provato fino alla fine, Claudio. E Allegri con lui. Ma oggi Marchisio non avrebbe più avuto spazio per giocare da protagonista, in un centrocampo a due con Pjanic o in un centrocampo a 3 che avrebbe scaricato su un solo giocatore (il terzo di turno: Khedira, Matuidi o Emre Can) tutte le responsabilità di copertura. Perché quel maledetto ginocchio non è più stato lo stesso. E mai lo sarà. Ora giustamente ci si è lasciati, come ci si lascia tra signori: senza rancore, senza astio, senza vendette. Solo amore. La rescissione del contratto è un’opportunità per Marchisio che ora può andare in un campionato meno fisico, senza stress, libero di correre. Ricordando di essere stato quel ragazzino spensierato che a 10 anni segnava all’Inter nelle squadre giovanili un gol rimasto tatuato nel cuore di tutti noi.

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Matteo Valsecchi giornalista di tv presso editore Mondadori e opinionista di TopCalcio 24 , il Football Show popolarissimo in Italia

2018-09-22T08:01:01+00:00